Con questo post si conclude il percorso di *Un racconto, tante voci* per il mese di luglio. Voglio ringraziare di cuore tutti coloro che hanno partecipato, regalando con la propria creatività nuove prospettive e storie sorprendenti. Ogni voce ha arricchito il tema con sfumature uniche, trasformando l’iniziativa in un vero spazio di condivisione e immaginazione. Grazie per aver reso speciale anche questo mese: senza di voi, questo viaggio non avrebbe lo stesso valore.
Torpore
Racconto
di Maddalena Corigliano Bivona
Il
racconto di Maddalena Corigliano cattura con delicatezza l’atmosfera sospesa di
un pomeriggio estivo, trasformando un semplice torpore al sole in un viaggio
onirico ricco di simboli e meraviglia. Il sogno della protagonista, tra
delfini, coralli e uno scorfano-mostro, diventa metafora delle sfide della
vita: il coraggio necessario per affrontare l’ignoto e la consapevolezza che,
anche senza “tesori” materiali, i sogni ci arricchiscono. Un testo fresco e
immaginifico, capace di fondere leggerezza estiva e profondità interiore.
“L’estate era finalmente
arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte
sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli
ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un
gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio
in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto…”
Mentre ero sdraiata al
sole col mio costume giallo dell’anno precedente ma sempre alla moda e sul mio
asciugamano arancione, con frange appena accennate ai due lembi e bicchieri
stampati con cannucce multicolori invitanti a dissetarsi con bibite fresche, mi
addormentai senza rendermene conto. Mi lascia prendere dal torpore pomeridiano
che c’era intorno e dallo strano silenzio che pareva avesse all’improvviso
inghiottito tutti i rumori e le voci degli spensierati villeggianti e persino
il vociare festoso dei bambini.
Tutti cercavano
refrigerio all’ombra degli ombrelloni e anche chi era in acqua preferiva farsi
cullare sui materassini dalle leggere onde e non nuotare, quasi ad evitare lo
spreco di energie. In quell’aria surreale, senza rendermene conto, mi
addormentai e mi ritrovai sirena negli abissi marini.
Cantavo su uno scoglio e
all’eco della mia voce pesci di dimensioni diverse e dai colori stupendi e
fosforescenti sopraggiungevano.
D’incanto un delfino
incominciò a corteggiarmi e mi invitò a fare un giro insieme. Estasiata
guardavo la miriade di coralli e pesci che continuavano a seguirmi.
Tra le alghe una cassetta
dorata splendeva e così chiesi all’amico delfino di fermarsi per darmi la
possibilità di prenderla. Mi sedetti su uno scoglio e l’aprii. Con mia grande
meraviglia trovai una stella marina dall’intenso colore ocra. C’era anche un
biglietto con su scritto: “Chi troverà questa stella marina avrà fortuna e
troverà un forziere a patto, però, che baci uno scorfano senza pungersi”.
Con la mia lunga e
robusta coda virai il mio corpo verso gli abissi marini alla ricerca dello
scorfano.
Venne con me anche
l’amico delfino. Insieme ispezionammo invano grotte, anfratti, vegetazioni
varie ma scoprimmo un mondo meraviglioso, straordinario e per me
inimmaginabile.
All’improvviso dalla
sabbia apparve uno scorfano gigante e minaccioso. Io non ebbi il coraggio di
sfiorarlo per poi accostarmi alla sua bocca e baciarlo. Capii con mio stupore
che non era un pesce, ma un mostro vero e proprio con una forte concentrazione
di aculei proprio sulla bocca. Mi sentii impotente, incapace di muovermi. Il
mio corpo era diventato di pietra e lo scorfano con grande impetuosità mi
scaraventava addosso della lava bollente. Presa da grande spavento mi svegliai
di soprassalto. Disorientata incominciai a guardarmi intorno e vidi che molti
erano già andati via. Avevo dormito per diverse ore.
Mi ritrovai madida di
sudore ma rinvigorita. Quelle ore di sonno erano state benefiche e mi avevano
portata negli straordinari e meravigliosi abissi del mare. Unico rimpianto: non
ero riuscita a baciare lo scorfano! Sorrisi all’idea di non essere diventata
neanche ricca.
Mi sentivo però ancora
tanto sirenetta e mi andai a tuffare nel mare per rigenerarmi e sopportare poi
meglio il caldo di un insolito e caldissimo pomeriggio estivo che mi aveva
regalato un sogno inusuale.
Mi dissi:” La nostra
mente è davvero spettacolare!”
Racconto
di Marco Santuari
Il racconto cattura con delicatezza la magia dell’infanzia e delle prime amicizie estive. Attraverso piccoli dettagli sensoriali — il profumo delle creme solari, la sabbia bollente, le risate tra gli ombrelloni — l’autore riesce a evocare un’atmosfera calda e spensierata. La storia di Leo ed Elisa è semplice ma intensa, un inno all’innocenza, alla complicità e alla gioia di condividere momenti di gioco e fantasia. La chiusa, con la nonna che osserva e riflette sul valore delle amicizie, aggiunge un tocco di tenerezza e di saggezza, rendendo il racconto dolce e memorabile.
Come ogni estate Leo
passava le sue giornate dai nonni al mare e quell'anno seppure in ritardo,
L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il
suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si
rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo
più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare
ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di
assolutamente imprevisto… mentre Leo era intento nel suo progetto
ingegneristico di scavare buche nella sabbia, una voce lo interruppe: “Se scavi
ancora un po’, arrivi in Cina!”. Elisa era il suo nome, era una bambina con i
capelli spettinati dal vento e una conchiglia in mano. Gli piaceva tutto di
lei, ridere e scherzare insieme, cantare e giocare, scambiarsi quegli sguardi
teneri ed innocenti e allo stesso tempo complici nella loro splendida giovane
innocenza, ma più di tutto, entrambi adoravano costruire insieme castelli, fossero
questi di sabbia o di fantasia. Ogni giorno si cercavano senza bisogno di
parole.
La nonna di Tommaso
sorrise vedendoli: “Le vere amicizie iniziano così. Senza avviso, come una
conchiglia portata dal mare.”
Da allora, ogni estate
tornavano lì. E crescevano, insieme, amici del cuore, amici per sempre.
La
danza dei delfini
Racconto
di Chicchina
La
danza dei delfini è un racconto che unisce realtà e magia, trasformando un
pomeriggio estivo in un’esperienza straordinaria. La conchiglia, simbolo di
antiche tradizioni marinare, diventa ponte tra l’uomo e la natura, richiamando
i delfini in una danza incantata. La figura di Nino, custode di un sapere
arcaico, aggiunge mistero e poesia. Un testo che trasmette meraviglia e lascia
nel lettore la sensazione di aver assistito a un evento raro e prezioso.
“L’estate era finalmente
arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte
sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli
ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un
gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio
in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente
imprevisto…”
Sonnecchiavo con un
occhio e con l'altro seguivo i movimenti di Giacomo e Alessandro: non stavano
fermi un attimo, fra mare e spiaggia e nuotate, per fortuna, vicino alla
battigia, non si sentivano molto sicuri e le mie urla, quando si allontanavano,
erano un ottimo deterrente.
Sentii un'agitazione
strana, grida, quasi un litigio, altri ragazzini circondavano i miei.
Mi avvicinai, facendomi
largo e cercando di capire.
Giacomo aveva trovato un
tesoro! Così diceva, urlando e reclamandone la proprietà. Alessandro tentava di
dire che l'aveva visto prima lui, mentre qualcuno di mano lesta cercava, nella
confusione, di sottrarre il prezioso reperto: una enorme conchiglia tritone, di
quelle che vengono usate come strumenti musicali a fiato.
Da noi i marinai le
chiamano Brogne e molti le sanno usare per ottenere suoni diversi a seconda
delle necessità. Un S.O.S. primitivo, un tamtam per attirare l'attenzione se
una barca rischia in mare, se succede qualcosa di importante in paese, o quando
il grano portato dalle donne al mulino, diventato farina era pronto per essere
ritirato: il suonatore avvisava le donne che intanto si erano ritirate a
chiacchierare.
Veniva usata anche a
carnevale ed un suono cupo, ripetuto in crescendo doveva simulare l'aggressione
del mostro, di cartapesta, che si avvicinava alla folla, creare paura...
Era davvero molto bella,
interno madreperlaceo, levigata dalle onde e dalla sabbia, e, particolare, era
già stata usata, aveva l'apice tagliato e levigato, per poter essere suonata. Sapevo
di cosa si trattava ma non sapevo usarla. E dal nulla, venne in aiuto Nino, giovane
“lupo di mare”. In mare ci era nato e cresciuto, come suo padre, come suo
nonno. Era una delle famiglie di vecchi marinai che da sempre facevano parte
della comunità del piccolo paese. Lui sì che sapeva usarla! Ci sorprese quando
reggendola con le due mani iniziò a soffiarci dentro ed un suono strano, antico,
ha rotto il silenzio ed azzittito le ultime animosità del ragazzini, ora
attenti ed incantati. Ci voleva fiato, maestria per modulare quei suoni
semplici, ancestrali, farli durare a lungo, sospesi fra cielo e mare. E con
stupore ci accorgemmo che qualcosa di grande si muoveva lento fra le onde e si
avvicinava: due delfini giocavano, danzavano nell'acqua a due passi da noi, ci
guardavano, si tuffavano riemergevano.
Meravigliose creature, avevano
forse percepito quei suoni o era un caso? Arrivarono presto altri due e poi
altri e altri ancora, mentre il sole iniziava ad avviarsi al tramonto. Presto
si sarebbe nascosto dietro l'Etna che da lontano, dall'altra parte del mare, sembrava
indicarne il cammino come un faro, ma imponente e sempre col suo bel pennacchio
di fumo. La danza dei delfini continuava e Nino sembrava in estasi, ma ormai
esausto...Mi piace immaginare che si conoscessero, che si cercassero. Lo
spettacolo insolito aveva richiamato gli ultimi vacanzieri ancora in spiaggia
mentre il mare lentamente indossava il suo scuro mantello, cui il sole regalava
gli ultimi sprazzi di rosso e rosa. Nino ha smesso di suonare, un ultimo soffio
prolungato che a tutti noi sembrò un saluto per gli amici delfini, forse si
conoscevano davvero, forse era sua la conchiglia che i ragazzi avevano trovato.
Abbiamo salutato anche noi i delfini che giocando ci giravano già le spalle. Tornammo
nelle nostre case, in silenzio, conservando lo stupore per un evento strano e
irripetibile. Cercammo Nino i giorni seguenti, ma sembrava sparito. Lo
rivedemmo un tardo pomeriggio e gli restituimmo la conchiglia, la sua brogna, con
la promessa che sarebbe venuto ancora a suonare, per noi, e chissà, anche per i
delfini.
Il
nulla
Racconto
di Franco Battaglia
Il
nulla di Franco Battaglia è un racconto apocalittico che sorprende per la sua
potenza visiva e simbolica. La sparizione improvvisa del mare trasforma un
pomeriggio d’estate in uno scenario inquietante, sospeso tra stupore e terrore.
Le descrizioni dettagliate creano immagini forti e surreali, restituendo al
lettore la sensazione di trovarsi di fronte a un evento impossibile. Un testo
che lascia addosso un senso di vuoto e fragilità, come se il mondo potesse
davvero svuotarsi da un momento all’altro.
“L’estate era finalmente
arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte
sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli
ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un
gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio
in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente
imprevisto…”
… il mare si ritirò, la
risacca boccheggiava lasciando appena un pelo d’acqua ritrosa, ma dopo la
sorpresa del momento, pensai ad un fenomeno spesso legato agli tsunami, come un
rinculo a presagire l’onda di piena, ma qui? Sul pacioso Tirreno? Non potevo crederci...
scrutavo l’orizzonte come impietrito, anche se l’istinto era di fuggire subito
verso terra… ma intanto nulla all’orizzonte... “solo” questo silenzioso
ritrarsi, barchini, boe, pesci… tutti presi di sorpresa a constatare che non
c’era più mare.,. neanche un’impressionante bassa marea a Zanzibar mi aveva
scosso così…
Radio e tv iniziavano ad
annunciare cose analoghe dal resto del mondo, come se avessero tolto il tappo
dagli oceani, e il centro della terra stesse inghiottendo ogni metro cubo
d'acqua…
L'aria era densa,
masticabile, maleodorante di sale e alghe bruciate dall’esposizione mescolata
ad una esalazione metallica, come di ruggine improvvisa.
Il sole, appena un attimo
prima complice di pomeriggi pigri, ora picchiava implacabile sul fondale
esposto, trasformando la sabbia da umida a crosta indefinita.
Sulla spiaggia eravamo
terrorizzati ma immobili, radunati sulla battigia che non era più battigia, un
confine mobile che si spostava sempre più in là, rivelando segreti e
conformazioni che mai avrei immaginato.
Scorgevo cose irreali, e
l’aria sembrava di deserto ora, inerte come i relitti all’orizzonte, e poi, più
in là, strane figure, enormi, anomale e grottesche, che sembravano come in
agguato, forse spaventate più di noi.
Le barche, e intere navi,
giacevano inclinate, come giocattoli dimenticati da un bambino gigante.
Gabbiani confusi impazzivano, atterrando goffamente sulla melma che era stata
il fondale, beccando pesci agonizzanti a guizzare in pozze sempre più piccole.
Non c'era panico però,
non ancora. Piuttosto, una sorta di stupore collettivo, una rassegnazione
surreale. Le notizie dalla radio parlavano di porti trasformati in deserti, di
navi incagliate a chilometri dalla costa, di città costiere che si affacciavano
su abissi fangosi. "Il Mediterraneo è una pozzanghera salata," diceva
una voce calma e irreale alla radio, "l'Atlantico un canyon senza
fine."
Il "nulla" era
un vuoto assordante, un silenzio che inghiottiva il suono delle onde,
sostituito solo dal fruscio del vento sulla sabbia e dal lamento lontano di
qualche sirena. Iniziavamo a definire l'orizzonte, ma non era il solito
orizzonte marino.
Piuttosto una linea
frastagliata, fatta di rocce e detriti, dove prima c'era solo azzurro. I nostri
occhi, abituati alla vastità liquida, faticavano a comprendere quella nuova,
arida, infinita estensione.
Era come se il mondo
avesse trattenuto il respiro, e in un istante, tutta l'acqua. E noi, sulla
spiaggia, eravamo lì, testimoni di un'assurdità che superava ogni
immaginazione, in attesa di capire cosa sarebbe rimasto, una volta che il blu
fosse scomparso del tutto, lasciando solo il cielo testimone dell’unico azzurro
con ancora qualcosa che somigliasse ad un senso.
Racconto
di Giuseppe Marino
L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto…
Il mare, calmo fino a un momento prima, restituì alla riva un vecchio pallone bucato, macchiato di alghe e scolorito dal sole. Non c’era nulla di speciale, eppure, senza pensarci troppo, lo raccolsi e lo lanciai verso il gruppo di bambini che giocava poco lontano.
“È vostro?” chiesi.
Un coro di no decisi riempì l’aria. Così iniziammo a passarcelo, come se quel pallone malandato fosse l’unica cosa che contasse in quel momento. Da lì nacque una partita improvvisata, con le sdraio a fare da porte e gli ombrelloni come spalti. Perfetti sconosciuti — adulti, ragazzi, persino un bagnino distratto — si unirono a noi.
Non ricordo chi vinse né
quando smettemmo di giocare. Ricordo solo che, alla fine, quel pallone bucato
rimase sulla sabbia come una bandiera piantata a memoria di un pomeriggio in
cui nessuno fu turista, nessuno fu estraneo: eravamo tutti parte della stessa
estate.
Prossimo appuntamento il 2 agosto con un nuovo incipit e tante storie da raccontare!
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