E quando apparirai sul confine rosso dell'orizzonte beneamata agognata immagine non sciogliere i tuoi contorni nei colori dei tramonti.

giovedì 31 luglio 2025

Un racconto, tante voci. Riepilogo Luglio 2025

Con questo post si conclude il percorso di *Un racconto, tante voci* per il mese di luglio. Voglio ringraziare di cuore tutti coloro che hanno partecipato, regalando con la propria creatività nuove prospettive e storie sorprendenti. Ogni voce ha arricchito il tema con sfumature uniche, trasformando l’iniziativa in un vero spazio di condivisione e immaginazione. Grazie per aver reso speciale anche questo mese: senza di voi, questo viaggio non avrebbe lo stesso valore.


Torpore

Racconto di Maddalena Corigliano Bivona

 

Il racconto di Maddalena Corigliano cattura con delicatezza l’atmosfera sospesa di un pomeriggio estivo, trasformando un semplice torpore al sole in un viaggio onirico ricco di simboli e meraviglia. Il sogno della protagonista, tra delfini, coralli e uno scorfano-mostro, diventa metafora delle sfide della vita: il coraggio necessario per affrontare l’ignoto e la consapevolezza che, anche senza “tesori” materiali, i sogni ci arricchiscono. Un testo fresco e immaginifico, capace di fondere leggerezza estiva e profondità interiore.

 

“L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto…”

Mentre ero sdraiata al sole col mio costume giallo dell’anno precedente ma sempre alla moda e sul mio asciugamano arancione, con frange appena accennate ai due lembi e bicchieri stampati con cannucce multicolori invitanti a dissetarsi con bibite fresche, mi addormentai senza rendermene conto. Mi lascia prendere dal torpore pomeridiano che c’era intorno e dallo strano silenzio che pareva avesse all’improvviso inghiottito tutti i rumori e le voci degli spensierati villeggianti e persino il vociare festoso dei bambini.

Tutti cercavano refrigerio all’ombra degli ombrelloni e anche chi era in acqua preferiva farsi cullare sui materassini dalle leggere onde e non nuotare, quasi ad evitare lo spreco di energie. In quell’aria surreale, senza rendermene conto, mi addormentai e mi ritrovai sirena negli abissi marini.

Cantavo su uno scoglio e all’eco della mia voce pesci di dimensioni diverse e dai colori stupendi e fosforescenti sopraggiungevano.

D’incanto un delfino incominciò a corteggiarmi e mi invitò a fare un giro insieme. Estasiata guardavo la miriade di coralli e pesci che continuavano a seguirmi.

Tra le alghe una cassetta dorata splendeva e così chiesi all’amico delfino di fermarsi per darmi la possibilità di prenderla. Mi sedetti su uno scoglio e l’aprii. Con mia grande meraviglia trovai una stella marina dall’intenso colore ocra. C’era anche un biglietto con su scritto: “Chi troverà questa stella marina avrà fortuna e troverà un forziere a patto, però, che baci uno scorfano senza pungersi”.

Con la mia lunga e robusta coda virai il mio corpo verso gli abissi marini alla ricerca dello scorfano.

Venne con me anche l’amico delfino. Insieme ispezionammo invano grotte, anfratti, vegetazioni varie ma scoprimmo un mondo meraviglioso, straordinario e per me inimmaginabile.

All’improvviso dalla sabbia apparve uno scorfano gigante e minaccioso. Io non ebbi il coraggio di sfiorarlo per poi accostarmi alla sua bocca e baciarlo. Capii con mio stupore che non era un pesce, ma un mostro vero e proprio con una forte concentrazione di aculei proprio sulla bocca. Mi sentii impotente, incapace di muovermi. Il mio corpo era diventato di pietra e lo scorfano con grande impetuosità mi scaraventava addosso della lava bollente. Presa da grande spavento mi svegliai di soprassalto. Disorientata incominciai a guardarmi intorno e vidi che molti erano già andati via. Avevo dormito per diverse ore.

Mi ritrovai madida di sudore ma rinvigorita. Quelle ore di sonno erano state benefiche e mi avevano portata negli straordinari e meravigliosi abissi del mare. Unico rimpianto: non ero riuscita a baciare lo scorfano! Sorrisi all’idea di non essere diventata neanche ricca.

Mi sentivo però ancora tanto sirenetta e mi andai a tuffare nel mare per rigenerarmi e sopportare poi meglio il caldo di un insolito e caldissimo pomeriggio estivo che mi aveva regalato un sogno inusuale.

Mi dissi:” La nostra mente è davvero spettacolare!”


Racconto di Marco Santuari

 

Il racconto cattura con delicatezza la magia dell’infanzia e delle prime amicizie estive. Attraverso piccoli dettagli sensoriali — il profumo delle creme solari, la sabbia bollente, le risate tra gli ombrelloni — l’autore riesce a evocare un’atmosfera calda e spensierata. La storia di Leo ed Elisa è semplice ma intensa, un inno all’innocenza, alla complicità e alla gioia di condividere momenti di gioco e fantasia. La chiusa, con la nonna che osserva e riflette sul valore delle amicizie, aggiunge un tocco di tenerezza e di saggezza, rendendo il racconto dolce e memorabile.


Come ogni estate Leo passava le sue giornate dai nonni al mare e quell'anno seppure in ritardo, L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto… mentre Leo era intento nel suo progetto ingegneristico di scavare buche nella sabbia, una voce lo interruppe: “Se scavi ancora un po’, arrivi in Cina!”. Elisa era il suo nome, era una bambina con i capelli spettinati dal vento e una conchiglia in mano. Gli piaceva tutto di lei, ridere e scherzare insieme, cantare e giocare, scambiarsi quegli sguardi teneri ed innocenti e allo stesso tempo complici nella loro splendida giovane innocenza, ma più di tutto, entrambi adoravano costruire insieme castelli, fossero questi di sabbia o di fantasia. Ogni giorno si cercavano senza bisogno di parole.

La nonna di Tommaso sorrise vedendoli: “Le vere amicizie iniziano così. Senza avviso, come una conchiglia portata dal mare.”

Da allora, ogni estate tornavano lì. E crescevano, insieme, amici del cuore, amici per sempre.


La danza dei delfini

Racconto di Chicchina

blog di Chicchina

 

La danza dei delfini è un racconto che unisce realtà e magia, trasformando un pomeriggio estivo in un’esperienza straordinaria. La conchiglia, simbolo di antiche tradizioni marinare, diventa ponte tra l’uomo e la natura, richiamando i delfini in una danza incantata. La figura di Nino, custode di un sapere arcaico, aggiunge mistero e poesia. Un testo che trasmette meraviglia e lascia nel lettore la sensazione di aver assistito a un evento raro e prezioso.

 

“L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto…”

Sonnecchiavo con un occhio e con l'altro seguivo i movimenti di Giacomo e Alessandro: non stavano fermi un attimo, fra mare e spiaggia e nuotate, per fortuna, vicino alla battigia, non si sentivano molto sicuri e le mie urla, quando si allontanavano, erano un ottimo deterrente.

Sentii un'agitazione strana, grida, quasi un litigio, altri ragazzini circondavano i miei.

Mi avvicinai, facendomi largo e cercando di capire.

Giacomo aveva trovato un tesoro! Così diceva, urlando e reclamandone la proprietà. Alessandro tentava di dire che l'aveva visto prima lui, mentre qualcuno di mano lesta cercava, nella confusione, di sottrarre il prezioso reperto: una enorme conchiglia tritone, di quelle che vengono usate come strumenti musicali a fiato.

Da noi i marinai le chiamano Brogne e molti le sanno usare per ottenere suoni diversi a seconda delle necessità. Un S.O.S. primitivo, un tamtam per attirare l'attenzione se una barca rischia in mare, se succede qualcosa di importante in paese, o quando il grano portato dalle donne al mulino, diventato farina era pronto per essere ritirato: il suonatore avvisava le donne che intanto si erano ritirate a chiacchierare.

Veniva usata anche a carnevale ed un suono cupo, ripetuto in crescendo doveva simulare l'aggressione del mostro, di cartapesta, che si avvicinava alla folla, creare paura...

Era davvero molto bella, interno madreperlaceo, levigata dalle onde e dalla sabbia, e, particolare, era già stata usata, aveva l'apice tagliato e levigato, per poter essere suonata. Sapevo di cosa si trattava ma non sapevo usarla. E dal nulla, venne in aiuto Nino, giovane “lupo di mare”. In mare ci era nato e cresciuto, come suo padre, come suo nonno. Era una delle famiglie di vecchi marinai che da sempre facevano parte della comunità del piccolo paese. Lui sì che sapeva usarla! Ci sorprese quando reggendola con le due mani iniziò a soffiarci dentro ed un suono strano, antico, ha rotto il silenzio ed azzittito le ultime animosità del ragazzini, ora attenti ed incantati. Ci voleva fiato, maestria per modulare quei suoni semplici, ancestrali, farli durare a lungo, sospesi fra cielo e mare. E con stupore ci accorgemmo che qualcosa di grande si muoveva lento fra le onde e si avvicinava: due delfini giocavano, danzavano nell'acqua a due passi da noi, ci guardavano, si tuffavano riemergevano.

Meravigliose creature, avevano forse percepito quei suoni o era un caso? Arrivarono presto altri due e poi altri e altri ancora, mentre il sole iniziava ad avviarsi al tramonto. Presto si sarebbe nascosto dietro l'Etna che da lontano, dall'altra parte del mare, sembrava indicarne il cammino come un faro, ma imponente e sempre col suo bel pennacchio di fumo. La danza dei delfini continuava e Nino sembrava in estasi, ma ormai esausto...Mi piace immaginare che si conoscessero, che si cercassero. Lo spettacolo insolito aveva richiamato gli ultimi vacanzieri ancora in spiaggia mentre il mare lentamente indossava il suo scuro mantello, cui il sole regalava gli ultimi sprazzi di rosso e rosa. Nino ha smesso di suonare, un ultimo soffio prolungato che a tutti noi sembrò un saluto per gli amici delfini, forse si conoscevano davvero, forse era sua la conchiglia che i ragazzi avevano trovato. Abbiamo salutato anche noi i delfini che giocando ci giravano già le spalle. Tornammo nelle nostre case, in silenzio, conservando lo stupore per un evento strano e irripetibile. Cercammo Nino i giorni seguenti, ma sembrava sparito. Lo rivedemmo un tardo pomeriggio e gli restituimmo la conchiglia, la sua brogna, con la promessa che sarebbe venuto ancora a suonare, per noi, e chissà, anche per i delfini.

 

 

Il nulla

Racconto di Franco Battaglia

blog di Franco Battaglia

 

Il nulla di Franco Battaglia è un racconto apocalittico che sorprende per la sua potenza visiva e simbolica. La sparizione improvvisa del mare trasforma un pomeriggio d’estate in uno scenario inquietante, sospeso tra stupore e terrore. Le descrizioni dettagliate creano immagini forti e surreali, restituendo al lettore la sensazione di trovarsi di fronte a un evento impossibile. Un testo che lascia addosso un senso di vuoto e fragilità, come se il mondo potesse davvero svuotarsi da un momento all’altro.

 

“L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto…”

… il mare si ritirò, la risacca boccheggiava lasciando appena un pelo d’acqua ritrosa, ma dopo la sorpresa del momento, pensai ad un fenomeno spesso legato agli tsunami, come un rinculo a presagire l’onda di piena, ma qui? Sul pacioso Tirreno? Non potevo crederci... scrutavo l’orizzonte come impietrito, anche se l’istinto era di fuggire subito verso terra… ma intanto nulla all’orizzonte... “solo” questo silenzioso ritrarsi, barchini, boe, pesci… tutti presi di sorpresa a constatare che non c’era più mare.,. neanche un’impressionante bassa marea a Zanzibar mi aveva scosso così…

Radio e tv iniziavano ad annunciare cose analoghe dal resto del mondo, come se avessero tolto il tappo dagli oceani, e il centro della terra stesse inghiottendo ogni metro cubo d'acqua…

L'aria era densa, masticabile, maleodorante di sale e alghe bruciate dall’esposizione mescolata ad una esalazione metallica, come di ruggine improvvisa.

Il sole, appena un attimo prima complice di pomeriggi pigri, ora picchiava implacabile sul fondale esposto, trasformando la sabbia da umida a crosta indefinita.

Sulla spiaggia eravamo terrorizzati ma immobili, radunati sulla battigia che non era più battigia, un confine mobile che si spostava sempre più in là, rivelando segreti e conformazioni che mai avrei immaginato.

Scorgevo cose irreali, e l’aria sembrava di deserto ora, inerte come i relitti all’orizzonte, e poi, più in là, strane figure, enormi, anomale e grottesche, che sembravano come in agguato, forse spaventate più di noi.

Le barche, e intere navi, giacevano inclinate, come giocattoli dimenticati da un bambino gigante. Gabbiani confusi impazzivano, atterrando goffamente sulla melma che era stata il fondale, beccando pesci agonizzanti a guizzare in pozze sempre più piccole.

Non c'era panico però, non ancora. Piuttosto, una sorta di stupore collettivo, una rassegnazione surreale. Le notizie dalla radio parlavano di porti trasformati in deserti, di navi incagliate a chilometri dalla costa, di città costiere che si affacciavano su abissi fangosi. "Il Mediterraneo è una pozzanghera salata," diceva una voce calma e irreale alla radio, "l'Atlantico un canyon senza fine."

Il "nulla" era un vuoto assordante, un silenzio che inghiottiva il suono delle onde, sostituito solo dal fruscio del vento sulla sabbia e dal lamento lontano di qualche sirena. Iniziavamo a definire l'orizzonte, ma non era il solito orizzonte marino.

Piuttosto una linea frastagliata, fatta di rocce e detriti, dove prima c'era solo azzurro. I nostri occhi, abituati alla vastità liquida, faticavano a comprendere quella nuova, arida, infinita estensione.

Era come se il mondo avesse trattenuto il respiro, e in un istante, tutta l'acqua. E noi, sulla spiaggia, eravamo lì, testimoni di un'assurdità che superava ogni immaginazione, in attesa di capire cosa sarebbe rimasto, una volta che il blu fosse scomparso del tutto, lasciando solo il cielo testimone dell’unico azzurro con ancora qualcosa che somigliasse ad un senso.


Racconto di Giuseppe Marino 


L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto…

Il mare, calmo fino a un momento prima, restituì alla riva un vecchio pallone bucato, macchiato di alghe e scolorito dal sole. Non c’era nulla di speciale, eppure, senza pensarci troppo, lo raccolsi e lo lanciai verso il gruppo di bambini che giocava poco lontano.

“È vostro?” chiesi.

Un coro di no decisi riempì l’aria. Così iniziammo a passarcelo, come se quel pallone malandato fosse l’unica cosa che contasse in quel momento. Da lì nacque una partita improvvisata, con le sdraio a fare da porte e gli ombrelloni come spalti. Perfetti sconosciuti — adulti, ragazzi, persino un bagnino distratto — si unirono a noi.

Non ricordo chi vinse né quando smettemmo di giocare. Ricordo solo che, alla fine, quel pallone bucato rimase sulla sabbia come una bandiera piantata a memoria di un pomeriggio in cui nessuno fu turista, nessuno fu estraneo: eravamo tutti parte della stessa estate.


Prossimo appuntamento il 2 agosto con un nuovo incipit e tante storie da raccontare!

 

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